Caprarola, Bagnaia, Bomarzo

Caprarola, sul versante orientale del Cimino, può essere la prima tappa di un percorso che io non ho mai fatto come adesso lo penso. Non è infatti tutta la stessa strada e neppure è ragionevole pensare che si possa esaurire in un solo giorno, perché le fermate necessarie, che poi non sono o non sarebbero che tre, richiedono ciascuna il proprio tempo: il tempo giusto per farle e insieme l’intenzione, la voglia, una certa capacità di andare lontano, indietro, nel tempo. L’itinerario è da Sud a Nord, ma naturalmente non in linea retta, a zig a zag piuttosto: verso Nord-Ovest da Caprarola a Bagnaia, poi per Nord-Est da Bagnaia a Bomarzo. Saranno stati alla fine non più di trenta chilometri, compresa magari qualche giravolta che si sia fatta per errore o più probabilmente per cercare un parcheggio.

Cittadina oggi fra i cinque e i seimila abitanti, Caprarola non doveva essere più che un piccolo borgo quando, all’inizio del Cinquecento, il cardinale Alessandro Farnese, futuro Paolo III, lo acquistò da papa Giulio II. Per un po’ d’anni, per qualche decennio anzi, non vi successe molto: Alessandro, che chiamerò il vecchio per distinguerlo dal giovane che interviene fra poco, si limitò a farvi progettare una rocca pentagonale, che restò qualche tempo ferma alle fondamenta, e passò la proprietà di quella terra ai figli Pier Luigi e Ranuccio. Figlio primogenito di Pier Luigi era Alessandro il giovane, che nacque a Valentano, un po’ più su e a Occidente, non lontano da Castro, in quella Tuscia che è già Maremma. Nacque il 7 ottobre del 1520, sotto il segno della bilancia. Qualcuno potrà meravigliarsi ch’io faccia questa osservazione astrologica, ma a me non pare di farla del tutto invano. Quando il nonno – perché era il nonno, non lo zio, come s’inganna e inganna la guida rossa del Touring a pagina 294 – quando insomma Alessandro il vecchio fu eletto papa – era il 13 ottobre 1534 – Alessandro il giovane aveva appena compiuto quattordici anni. Questo piccolo inconveniente anagrafico non fu considerato dal nonno un impedimento insuperabile per farlo cardinale, prima riservatamente, in pectore, nel dicembre di quello stesso anno, poi pubblicamente, in concistoro, il 21 maggio del 1535: quando, se non sbaglio il conto, tutta l’esperienza di vita del ragazzo era di quattordici anni, sette mesi e due settimane, ora più, ora meno.

Paolo III, che come Alessandro VI Borgia fu nepotista per linea diretta e non trasversale, ma fu anche, diversamente dall’altro, un grande papa, non dubitò di far bene a distribuire anche altre porpore in famiglia. Assieme ad Alessandro fece cardinale il sedicenne Guido Ascanio Sforza, un altro che poteva chiamarlo nonno, essendo figlio di Costanza Farnese, altra figlia del papa. Dieci anni dopo, 1545, fece cardinale Ranuccio, fratello minore di Alessandro, che al momento della nomina aveva quindici anni. Il popolo romano, che non ha mai perso il senso della misura e delle proporzioni, aveva preso a chiamarli i “cardinaletti”. I due fratelli erano molto diversi, come si può ben vedere dai ritratti di Tiziano, sceso a Roma a celebrare i fasti della numerosa famiglia pontificia: Alessandro è un giovanotto finemente barbuto, altero, elegante, tanto più nell’abito ecclesiastico, un soggetto che non dà confidenza a nessuno, Ranuccio è un adolescente più paffuto, senza esser grasso, un po’ timido, riflessivo, ma non incapace d’un sorriso, che forse sta quasi per spuntare quando, non ancora cardinale, Tiziano lo ritrae. Morirà presto, a soli trentacinque anni: una vita breve ma, a quanto si racconta, esemplare per carità, virtù e buon carattere.

Tutto il contrario del fratello Alessandro, il cui carattere pare fosse pessimo, se non proprio sempre, almeno molto spesso. Una pasquinata scritta nella sede vacante successiva alla morte, nel novembre del ’49, di Paolo III passava in rassegna l’imminente conclave dedicando a ciascun cardinale una quartina. La prima era appunto per Alessandro:

                               Se serà papa il cardinal Farnese

                                vedrete tutto il mondo in un istante

                                diventar come lui, arcifurfante,

                                insolente, superbo e discortese.

Di questa acidità del personaggio si trovano altre tracce, anche per esempio nella corrispondenza del suo segretario e consigliere Annibal Caro, uno degli intellettuali più brillanti del secolo che il cardinale trattava a volte con l’arroganza che un padrone giusto e, come si diceva, timorato di Dio non avrebbe mai usato con il più umile dei servi. Com’è possibile che quest’uomo “insolente, superbo e discortese” fosse investito, in vita e già molto presto, d’un titolo che gli sarebbe poi rimasto attaccato per sempre? “Il gran cardinale” si diceva a Roma e non si poteva sbagliare: era Alessandro Farnese. La spiegazione, credo, è quasi tutta a Caprarola.

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Non può essere un cardinale meno che grande ad avere concepito per sé una costruzione come questa. La mole di Palazzo Farnese a Caprarola toglie il fiato più di quanto faccia l’altro palazzo, omonimo, sulla piazza di Roma. Quello, d’altronde, Alessandro non lo abitava nemmeno: in quanto vice cancelliere di Santa Romana Chiesa poteva stare alla Cancelleria, che, anche quella, non era poca cosa. Giocherellava con Roma come col monopoli: fu con lui che la villa di Agostino Chigi alla Lungara cambiò nome e si chiamò la Farnesina, come ancora si chiama, fu ancora sua l’idea degli Orti Farnesiani sul Palatino. Ma queste erano poco più che occupazioni occasionali, se confrontate all’impegno di Caprarola, che fu quasi la metà della vita.

Toglie il fiato, dicevo, perché, per quanto sia più largo che alto, l’impressione che IMG_2477l’edificio fa a chi gli si avvicina è di altezza eccelsa. Questo è in parte dovuto alla sua collocazione in fondo alla prospettiva del borgo in salita, ridisegnata così e rifatta per espressa volontà del cardinale, in parte si deve anche alla pianta pentagonale che, in proporzione all’altezza, riduce la larghezza del prospetto principale e ancora, perché la mole del palazzo è esaltata dallo smisurato piazzale di accesso, dagli scaloni e dai bastioni lasciati in eredità dal nonno al nipote. Dette queste, non sono ancora spiegate tutte le ragioni dello straordinario effetto che fa la visione del palazzo. In quel piazzale, per esempio, già si racconta e si vede, si può leggere nelle file qua e là consumate e interrotte dei mattoni posati a spina e di taglio, un po’ di mito e un po’ di favola. Ma non è detto ancora tutto: perché il racconto grande, grande come il cardinale, è appena suggerito, più in alto, dove deve stare, dalla rastremazione, prima forte, dai bastioni al primo ordine del palazzo, poi leggera, appena percettibile, dal primo al secondo ordine. Il Palazzo Farnese di Caprarola contiene in sé il principio della torre di Babele.

Se al secondo ordine non si è aggiunto un terzo, e poi un quarto, un quinto, un sesto e ancora su, fino all’infinito, è per una quantità di ragioni diverse che, volendo, si potrebbero elencare. Casa Farnese, la più superba famiglia forse che sia mai apparsa in questa terra – e dico questa terra nostra, ma non escludo che il paragone possa valere anche con molta terra attorno – è stata tuttavia sempre, almeno nel secolo del suo splendore, che fu il sedicesimo, molto concreta, pratica e anche avveduta, non incline a spendere i suoi soldi invano. A osservarli attentamente, d’altronde, ci si accorge molto presto che il palazzo di Roma e quello di Caprarola, pur così diversi per forma e collocazione, si somigliano fra loro come farebbero due fratelli differenti per statura e costituzione, ma quasi uguali in certi lineamenti ed espressioni del volto, nel colorito, o anche nei modi di fare, di parlare, di guardare. Fra il palazzo romano e la piazza davanti e gli altri palazzi attorno non c’è, non può esserci, la stessa proporzione che esiste fra il palazzo di Caprarola, il borgo sottostante e il bosco che sale al Cimino: però in entrambi i casi c’è proporzione. La proporzione: ecco la qualità che i Farnese persero nel secolo successivo, il diciassettesimo, piuttosto infelice non solo per loro. Sorvolo altre ragioni valide per tutti come il tempo che ogni uomo, anche il più dotato di volontà e di mezzi, ha per costruire qualcosa, e mi limito a notare le ragioni essenziali per le quali sopra Caprarola non sorge una torre paragonabile alla torre di Babele. La prima è che una costruzione simile è condannabile e condannata dalla Bibbia: il gran cardinale, con tutta la sua arroganza, non si sarebbe mai sognato di esporsi a così grave scandalo, tanto più che col passare degli anni si andava sempre più affezionando all’idea di poter mutare la sua veste rossa in bianca e una superbia portata troppo in alto non gli avrebbe certo giovato in conclave. La seconda ragione è che non c’era bisogno di vere Babilonie: il basamento della fortezza voluta dal nonno era già molto in alto sul fianco del monte e fra quello e il borgo c’era già la giusta distanza. Giusta per lui, beninteso, per Alessandro Farnese il giovane, non più così giovane quando, nel 1559, diede avvio ai lavori. Soprattutto nei decenni successivi avrebbe speso quantità fantastiche di soldi in quell’opera, nelle molte altre intraprese a Roma e nella Tuscia e anche in attività caritative: in mancanza del papato si aspettava probabilmente qualcosa dal paradiso. Ma si fatica a credere che riuscisse davvero ad amare il prossimo.

Non c’è dunque la torre, ma c’è il suo principio, l’idea, il mito della torre, della sua assoluta separazione dal mondo, della sua esclusiva vicinanza al cielo. Quale cielo? Non credo sia quello dei cherubini e serafini. Resto indeciso fra il cielo naturale, quello che comincia già dove finiscono le chiome dei lecci e cambia come corrono le nuvole contro il sole da Occidente a Oriente, e i cieli dipinti sui soffitti del palazzo. Il più evidente di tutti è lo zodiaco che domina la grande sala del mappamondo: se non sbaglio, è la raffigurazione più grande di tutte, segno che all’oroscopo Alessandro faceva attenzione. Ci sono poi due ovali che vanno attentamente valutati, se non altroIMG_3116 perché erano tutto il cielo che il gran cardinale poteva vedere quando stava qui e la sera e la mattina chiudeva e apriva gli occhi alla vita: parlo delle due stanze da letto che aveva, la stanza dell’aurora nell’appartamento estivo, la stanza dei sogni in quello invernale. Si può facilmente supporre che i soggiorni a Caprarola fossero più frequenti e più lunghi in estate e questo un po’ spiega e forse in parte scusa l’incredibile prolissità d’una lettera scritta il 2 novembre 1562 da Annibal Caro a Taddeo Zuccari, il pittore incaricato di decorare la stanza dell’aurora.

Nell’ovato, che è nella volta, si faccia a capo d’essa (come avemo detto) l’Aurora. Questa trovo che si può fare in più modi, ma io scerrò di tutti quello che a me pare si possa far più graziosamente in pittura. Facciasi dunque una fanciulla di quella bellezza che i Poeti s’ingegnano d’esprimer con le parole: componendola di rose, d’oro, di porpora, di rugiada, di simili vaghezze, e questo quanto ai colori ed alla carnagione. Quanto all’abito, componendone pur di molti uno che paja più appropriato, s’ha da considerare che ella, come ha tre stati e tre colori distinti, così ha tre nomi: Alba, Vermiglia e Rancia.

Non è il caso di continuare, tanto più che Taddeo Zuccari, forse indeciso quanto al colore della rugiada, ha poi fatto come gli pareva, ottenendone un degno risultato senza che questo sia paragonabile con i veri suoi capolavori di Caprarola, quelli che stanno nella sala dei fasti farnesiani e nell’anticamera del Concilio: le foto di famiglia, per così dire. L’altra camera da letto, quella per l’inverno, la stanza dei sogni, ha nel soffitto la scala di Giacobbe.

Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò allora in un certo luogo, dove si fermò per pernottare, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come cuscino del suo capo e si coricò in quel luogo.

E sognò di vedere una rampa che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco: gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa.

Ed ecco: il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono il Signore, Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio d’Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e al tuo seme. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. Saranno benedette in te e nella tua discendenza tutte le famiglie della terra. Ed ecco che io sono con te e ti custodirò dovunque andrai e poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò se prima non avrò fatto tutto quello che ti ho detto”.

Giacobbe è il padre delle dodici tribù di Israele: il suo sogno e le parole che il Signore gli rivolge sono come un rinnovo dell’alleanza fra Dio e il suo popolo e della promessa della terra sulla quale il patriarca ha posato il capo. Nella tradizione cristiana la visione della scala è divenuta piuttosto un’allegoria dell’ascesi mistica e della comunicazione fra il mondo terreno e l’ultraterreno, fra la terra e il cielo, il tempo e l’eterno. La simbologia della scala, con i relativi significati di salita e di passaggio, ha avuto un certo successo anche in ambienti esoterici abbastanza fiorenti nel sedicesimo secolo e probabilmente non del tutto estranei al nostro cardinale. Non so dire quale di queste tre strade, d’altronde non contraddittorie fra loro, fosse la preferita di Alessandro: era certamente in grado di conoscerle e apprezzarle tutte. Mi pare in ogni modo evidente che tutte e tre le interpretazioni contengono quel semplice movimento in salita, o in discesa, che della scala è il principio stesso. Questo doveva piacergli più d’ogni altra cosa. Tanto è vero che Jacopo Bertoja, il pittore chiamato a Caprarola nel 1569 – Taddeo Zuccari era morto e anche il rapporto col suo fratello minore Federico s’era un po’ guastato – Bertoja, dico, in quell’ovale della stanza dei sogni, dipinge la scala più diritta e avventurosa che si sia mai vista nella storia dell’arte: la più bella opera di pittura, di estro già barocco, di colore quasi fiammingo, di gusto favolistico, il più pregiato, elegante e insieme ingenuo, sogno che si possa ammirare nei cieli di questo palazzo. La scala di Bertoja è una scala a pioli, battuta dal vento che agita le vesti degli angeli. La scala della Genesi, almeno come l’ho trovata nel mio libro delle edizioni San Paolo, è una “rampa”, una costruzione, dunque, qualcosa che si può anche immaginare simile alle torri templari della Mesopotamia, le ziggurat o ziqqurat: ecco che ritorna l’idea della torre babilonese.

Poteva arrivare davvero a tanto l’ambizione del gran cardinale? Il problema vero, tuttavia, non mi pare questo. Non è tanto la distanza dalla terra al cielo, la percorribilità di quella scala o rampa, da sotto in su o dall’alto in basso. Il problema vero, per Alessandro Farnese e per qualche suo contemporaneo di cui parlerò fra poco, come per tanti e tanti uomini e donne che sono vissuti qui prima di loro e per le generazioni che sono poi seguite su questa stessa terra, il problema è quello che ho già accennato: l’identificazione del cielo, ovvero il sapere dove salire e anche l’averne voglia. Ci sono alcuni particolari della vita di Alessandro Farnese che non inducono ad attribuirgli il memento mori come motto quotidiano, depongono al contrario a favore di un forte attaccamento alla vita terrena, ai suoi piaceri come forse anche ai malumori che a volte ne derivano. Finché poté, evitò sempre di praticare la castità: ne ricavò una figlia, Clelia, giudicata la plus aimable femme niente meno che da Montaigne. Bella e ribelle, dette qualche grattacapo al padre, che la ricambiò con qualche persecuzione. Mi sembra tuttavia troppo ingeneroso il giudizio di Alessandro dato dalla storica Gigliola Fragnito, che in un libro recente lo ha definito “uomo ambizioso quanto meschino”. Ambizioso, non c’è proprio dubbio: ma quanto alla meschinità bisognerebbe mettersi d’accordo sul campo di applicazione del concetto, poiché ci sono ambiti nei quali il suo uso farebbe a pugni con quel titolo di “gran cardinale” che fu dato a lui da vivo e ancora gli resta addosso. Può essere meschino forse il cardinale che s’inquieta delle libertà d’una figlia perché potrebbero essergli d’ostacolo a una carriera da papa. Queste meschinità, magari in scala più piccola, sono in ognuno di noi ogni giorno, almeno una volta al giorno. Ma per il resto, quali sarebbero le altre meschinità di Alessandro? Era forse meschina la sua sacrosanta antipatia per Paolo IV Carafa, papa terribile che voleva mettere il mondo in convento? Era meschina la protezione accordata a molti ebrei e liberi pensatori, che in più di un caso rientravano nella sua più stretta cerchia? No, Alessandro Farnese, resistette da grande al guasto di non poter essere lui il papa e io dico che, se gli fosse invece riuscito di salire sul trono del nonno, non sarebbe stato neppure tanto male.

L’uomo è tutt’altro che privo di simpatia, di quella simpatia, soprattutto, che gli può arrivare di riflesso. E’ dalla sua cerchia, per esempio, che nasce quell’accademico libretto che porta il titolo di Commento di ser Agresto da Ficaruolo sopra la prima ficata di padre Siceo: dove ser Agresto è Annibal Caro e padre Siceo è il modenese Francesco Molza. Attacca padre Siceo:

                                Di lodare il Mellone avea pensato;

                                Quando Febo sorrise, e non fia vero,

                                Che ‘l Fico, disse, resti abbandonato.

Commenta ser Agresto:

Per dichiarazione di questo primo terzetto è da sapere che il Poeta si trovava con Apollo, e con le Muse, come è solito; Perciocché sono sempre insieme, come le chiavi e ‘l materozzolo.

Materozzolo, dice il vocabolario della Crusca, è “il pezzetto di legno ritondo, che si lega colle chiavi per non le perdere”. In maniera più volgare si sarebbe detto, e si dice, culo e camicia, per indicare la stretta e assidua unione di due diversi soggetti. Non so dire se Caro e Molza arrivino mai a essere volgari, certo è che andando avanti nella stornellata si avventurano e divertono in allegorie più ardite. Molza, sempre a lode del fico:

Cortese è di natura; e dà ricetto

Ad ogni fratto: e chi nel Fico innesta,

Non perde tempo, e vedesi l’effetto.

Annibal Caro a beneficio di chi non avesse ancora capito il senso della strofa:

E non è meraviglia, che s’innestino facilmente col Fico certe frutte proporzionate a lui; né manco, che ci faccino bene le Ghiande, i Maroni, le Fave, i Citriuoli, i Porri, le Radici, le Carote, o che in corpo li s’innestino, a che appresso li si piantino: ma mi meraviglio bene, che vi si appiglino certe altre cose stravaganti, come la Zucca che v’innestò Mona Concoccia, il Pestello che v’insitò la Bettaccia, il Passatempo di vetro che vi mise su la Bia; che tutti intendo v’hanno fatta buona pruova: ma la ragione è questa, che il Fico è d’ogni tempo in succhio, e sempre, ed ogni cosa, che vi si metta, vi si appicca.

Doveva correre l’anno 1539: il gran cardinale era un giovanotto di non ancora vent’anni. Cinque anni dopo, mese più, mese meno, monsignor Giovanni Della Casa, quello del Galateo, dava da Venezia commossa notizia ad Alessandro d’un altro quadro che Tiziano stava dipingendo per lui: “una nuda che faria venir il diavolo addosso al cardinale San Sylvestro”. Il cardinale di San Silvestro era il domenicano Tommaso Badia, filosofo, teologo, censore dei cattivi costumi romani. La “nuda” era Danae, quella che sta a Capodimonte e che i Borbone di Napoli, eredi dell’immensa collezione d’arte dei Farnese, relegarono per diversi decenni nel Gabinetto segreto del museo, dov’era al riparo da occhi meno che esperti delle meraviglie della pittura. Monsignor Della Casa aveva ragione: la Danae, che era la prima prova d’un soggetto poi molte volte ripetuto da Tiziano, era ed è una delle più belle sollecitazioni erotiche create dai pennelli e dalla tavolozza d’un artista. E’ così serena, placida, confidente, distesa, contenta nell’attesa della pioggia d’oro, che è la fecondazione di Giove, che sarebbe perfino sciocco definirla ambigua, tanto la sua disposizione è in un senso solo. Questo era il gran cardinale, e tale sarebbe rimasto per molto tempo, fin quasi alla vecchiaia, quando prevalsero nel suo mecenatismo e forse nei suoi stessi interessi le opere di religione, una soprattutto: la chiesa del Gesù che porta il nome di Alessandro Farnese sulla facciata e il suo corpo nel presbiterio.

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Il cielo di Caprarola non è il paradiso. Il cielo è attaccato alla terra: la accarezza, la solletica, la struscia, la scalda e la raffredda. Più su, dietro la mole pentagonale del palazzo, preclusa alla vista di chi arriva dal borgo e, credo anche, a qualsiasi sguardo d’intorno, c’è una palazzina che si chiama “del piacere”: lì Alessandro sarebbe stato solo o, insomma, sarebbe stato con chi voleva stare. Dico “sarebbe” perché la costruzione è proprio degli ultimi anni di vita del cardinale. Più si sale, sulla pendice del Cimino, più è facile che l’aria si rinfreschi. E’ pensabile dunque che quello fosse nelle intenzioni il suo più gradito rifugio per l’estate. La presenza di questa palazzina, che col cosiddetto giardino superiore che ha davanti e attorno, fa già da sé una sontuosa villa, comporta ovviamente una doppia valenza e un doppio utilizzo del Palazzo Farnese di Caprarola: c’è una parte pubblica, di rappresentanza, di prestigio – quella che contiene il principio della torre – e una parte privata, riservata, dedicata al piacere, quale che fosse. Non ho affatto intenzione di attribuire qualità di erotomane a un cardinale ultrasessantenne: credo che anche una prolungata esposizione alla Danae non abbia potuto mutare più che tanto il carattere naturale proprio dei nati sotto il segno della bilancia che, come si sa, è la ricerca perenne dell’equilibrio.

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IMG_2503Caprarola è una reggia senza regno, perché chi l’ha creata non era un re e non riuscì neppure a diventare papa. Oggi appare singolarmente come la reggia d’una famiglia: è quasi incredibile lo scrupolo, il puntiglio, con i quali i gigli Farnese sono stati disseminati dappertutto e nelle più svariate forme. Questa doveva essere l’unica vera mania del gran cardinale. Credo che chi volesse contare il numero di quei gigli di pietra, di stucco, di sassi neri o grigi in acciottolati bianchi, non potrebbe fermarsi a mille.

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E il bello è che quel numero cresce e si moltiplica a mano a mano che si sale, dal palazzo alla palazzina, dal pubblico al privato: il giardino superiore è un tripudio di gigli. Come se in ogni attimo il gran cardinale avesse voluto ricordarsi che era un Farnese e che, morto il nonno, con buona pace dei parenti duchi, il Farnese era lui, Alessandro.

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Bagnaia è più accogliente di Caprarola, Villa Lante è infinitamente più gentile della reggia farnesiana. Eppure sono della stessa epoca, della stessa mano – quella di Jacopo Barozzi da Vignola – sono appoggiate allo stesso monte e danno quasi l’illusione a chi le visita che, lassù, verso la cima, arrivino a toccarsi e confondersi. In più i due committenti appartengono allo stesso specialissimo ceto dello Stato della Chiesa, in quanto sono entrambi cardinali, e sono anche abbastanza amici e quasi parenti: Gianfrancesco Gambara è figlio di Brunoro, conte di Pralboino, e di Virginia Pallavicini, che lo ha sposato dopo esser rimasta vedova di Ranuccio Farnese, quarto figlio di Paolo III e dunque zio di Alessandro. E’ proprio il gran cardinale, a quanto pare, che magnanimamente presta al cugino, o cuginastro, il Vignola, perché gli disegni il casino e il parco di Bagnaia. L’opera maggiore la svolge però l’architetto senese Tommaso Ghinucci, particolarmente esperto d’idraulica: perché qui, a Bagnaia, fra cielo e terra è senza dubbio l’acqua che prevale.IMG_0754

Ci sono andato e tornato tante volte che non so più dire quante siano state. Ne ricordo anche una che ci andai per lavoro: era per un incontro italo-francese, di quelli che regolarmente si tengono, credo, una o due volte l’anno. L’ospite era François Mitterrand. Fatalità, non poi così spiacevoli, della nostra Repubblica parlamentare: non riesco a ricordare chi fosse allora il nostro presidente del Consiglio. Certo è che a quell’epoca il nostro governo metteva una cura particolare a scegliere i luoghi degli incontri seguendo i gusti e le inclinazioni dell’ospite. In quei due giorni a Bagnaia Mitterrand doveva essere proprio soddisfatto: era il posto suo.

Meglio di tutte le altre ricordo l’ultima volta che ci sono stato con Adriana: più d’un anno fa, quasi due, una giornata d’autunno, ma di quelle giornate autunnali, tanto più generose, quanto più rare, in cui il sole cammina non troppo alto sull’orizzonte, lento, calmo e incontrastato e pare quasi fermarsi nel cielo, non si sa mai se per sicurezza o per prudenza. Forse è stata la prima volta che ho davvero benedetto la mia pensione anticipata: poter girare nel parco, nei loggiati dei casini – perché i casini sono due – dentro le grotte e i porticati, attorno alle fontane, scambiando un cenno di saluto con le otto, dieci persone, non di più, che s’incontrano, ciascuna col suo cammino, diverso dal nostro ma come il nostro leggero, questo è il massimo privilegio che ci si può attendere. Tutto perché si è potuta scegliere la giornata ideale, senza nuvole e senza pullman di turisti parcheggiati nella piazza o sul viale che sale al Cimino.

IMG_0724La fontana di Pegaso, il quadrato con le peschiere e al centro la fontana dei quattro mori, più su la fontana detta dei lumini e le due palazzine: quella del cardinal Gambara e quella del suo successore nella proprietà della villa, Alessandro Damasceni Peretti, nipote di Sisto V e noto come il cardinale di Montalto.

E’ per lui che i quattro mori della fontana tengono in alto i monti sulla cui vetta una stella zampilla acqua da ogni raggio. Guardando meglio, sotto i monti, si possono scorgere appese, come fossero batacchi di campane, o qualcos’altro che non sto qui a dire per non ritornare diritto a padre Siceo e ser Agresto, si vedono e si contano otto pere, piuttosto piccole e libere nell’aria: Peretti appunto. Nella Villa Lante, che non a caso porta il nome d’una famiglia che l’ha avuta dopo, si celebra da più di quattro secoli una graziosa tenzone araldica o una partita di scacchi o di dama, le cui pedine sono naturalmente immobili e non vinceranno mai. Più bravo il Farnese a giocare da solo. I gamberi del cardinale Gambara – gli stessi che si possono ritrovare sulla facciata della cattedrale viterbese di San Lorenzo – sono sparsi dappertutto: deve aver imparato dal cugino. Ma le stelle, i monti, le pere e gli stessi leoni, altro simbolo araldico oltre che quasi naturale di quell’indomabile papa che fu il Peretti, spezzano l’unità ornamentale che certamente Gianfrancesco Gambara avrebbe gradito.

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La villa resta sostanzialmente sua: e si capisce meglio andando ancora su, dalla cosiddetta mensa del cardinale alla fontana dei giganti, alla cordonata – manco a dirlo – del gambero. Questa, la cordonata, è indiscutibilmente la cosa più bella che si può vedere a Bagnaia.

IMG_0770Credo che il fascino dipenda prima di tutto dall’abbondanza d’acqua, spesa ogni giorno – e suppongo anche ogni notte – senza risparmio. Una differenza considerevole rispetto a Caprarola, dove l’acqua, oltre a essere meno importante, è anche molto più avara. Di solito quando si parla di fontane ci si occupa con molta cura delle vasche che le contengono, delle statue o delle decorazioni che le ornano, insomma degli elementi di pietra, di marmo, di bronzo, degli elementi solidi che le compongono, e scarsa è l’attenzione all’elemento liquido, che pure è quello centrale e determinante d’una fontana. Se quel giorno in cui Adriana ed io siamo tornati a Bagnaia qualcuno avesse per caso o per dispetto chiuso i rubinetti, noi non avremmo potuto fare altro che dare alla cordonata del gambero un’occhiata distratta, con un po’ di buona volontà ne avremmo certo apprezzato le volute, che ci avrebbero magari fatto pensare a una catena d’oro, una collana, qualcosa di prezioso e ben fatto, niente di più.

IMG_0790Ma l’acqua c’era e scorreva veloce e potente, e le volute di pietra le davano contro come fanno i sassi col torrente, il sole la illuminava in controluce e le foglie gialle e rosse dell’autunno vi nuotavano o giacevano sommerse. La forma dell’acqua, con buona pace di Camilleri, non è solo quella che le dà il recipiente, è la forma della sua forza, della sua generosità, della sua vita.

Quale sarà stata la vita di quest’altro cardinale? Meno libera, sembra, meno sovrana, sarei tentato di dire, di quella di Alessandro Farnese, sicuramente meno chiacchierata. Più giovane del cugino, o cuginastro, d’una dozzina d’anni, appartenente a una famiglia lombarda molto influente e già ricca di porporati, Gianfrancesco corrisponde molto più precisamente di quanto sia mai riuscito ad Alessandro alla figura dell’uomo di Chiesa: anche troppo, viene quasi da aggiungere, se si pensa che la sua specialità fu la Santa Inquisizione. Ebbe la maggiore sua fortuna al tempo del papa santo, Pio V Ghislieri. Se non è diventato santo anche lui, e magari sta ancora in purgatorio, dev’esser stato forse per quel tavolone di pietra posto fra la cordonata e la fontana dei giganti, che ho già chiamato mensa del cardinale. La tavola, larga ma soprattutto lunga, è incisa in mezzo e per quasi tutta la lunghezza da una vasca dove l’acqua è quieta, a tratti appare quasi stagnante. La vasca e l’acqua servivano a tenere in fresco le bevande e vivande che il cardinal Gambara offriva ai suoi ospiti.IMG_0797

Fra loro ci fu certamente Carlo Borromeo, che però forse non si sedette a quella mensa. Più probabile che la sua fermata durasse poco più che una notte, sulla via di Roma o di Milano. Ecco come la racconta il suo biografo Giovanni Pietro Giussano:

Occorrendogli passare per Bagnaia, nel territorio di Viterbo, fu incontrato ed accolto dal cardinale Gambara, che si ritrovava in quel suo palazzo, il quale lo condusse per le amenità di que’ vaghissimi giardini, mostrandogli or una cosa, or un’altra; ma avendo egli contrari pensieri, non gli rispose mai, e seguitando il Gambara a interrogarlo, gli rispose finalmente, così dicendo: “monsignore, avreste fatto meglio ad edificare un monastero di monache con i denari che avete gettato a fabbricare questo luogo”. Allora il Gambara lo menò di lungo nelle stanze.

Altro che un monastero: dieci, venti, trenta se ne potevano fare con quelle somme. Ma Bagnaia non avrebbe la sua villa, che a rigore non sarebbe neppure una villa, perché sono due casini, con quegli splendidi giardini che poi si sono detti all’italiana e un parco che s’inerpica su per il Cimino. In fondo è evidente a tutti che bisogna essere grati all’orgoglio, all’opulenza, e anche a quel certo piacere della vita, a un indubbio attaccamento alla terra che dimostrarono con le loro opere questi cardinali, ricchi di famiglia e spesso ricchi d’affari, tanto meno santi di San Carlo Borromeo. Il buon prete milanese che fu Giovanni Pietro Giussano – da molte parti si trova scritto Giussani, e si pensa subito a una parentela – lasciò la professione medica per abbracciare quella ecclesiastica dopo l’incontro col vescovo, probabilmente coincidente con la grande peste milanese del 1576. A uomini provati da così grandi tragedie, abituatisi praticamente a sprezzare la vita ogni giorno, dovevano apparire estremamente futili, ridicoli, esecrabili gli ozi romani dei cardinali. Subito prima del passo che ho citato, nella Vita di San Carlo Borromeo, ce n’è un altro dove è servito anche il gran cardinale Farnese:

Passando una volta per Caprarola, luogo deliziosissimo della serenissima casa Farnese, entrò subito nelle stanze per lui preparate, né da quelle uscì mai per vedere le magnifiche fabbriche, né l’ampiezza ed amenità de’ vaghi giardini, né cosa veruna, del che ognuno restò stupito. E discorrendo con esso lui un prelato della magnificenza di quegli edifizi, come se questi discorsi non gli piacessero, lo fece tacere, dicendo: bisogna edificare case eterne e permanenti, e cercare edifizi più alti.

C’è caso forse che Carlo Borromeo, almeno in quanto ospite, potesse risultare a qualcuno un po’ antipatico? Giussano continua:

In Vigevano essendogli detto che avrebbe avuto bisogno di un giardino vicino al suo palazzo arcivescovile, come era quello del vescovo di quella città, per poter talora pigliar aria e ricrearsi tra le molte sue fatiche ed occupazioni, rispose: il giardino del vescovo deve essere la sacra bibbia.

Che è una risposta molto suggestiva: passeggiare nella Bibbia, fra l’antico e il nuovo testamento, trovare lì il riposo, la riflessione, l’ispirazione. Non credo che la differenza sia solo fra un santo e più comuni mortali, o fra un arcivescovo pastore d’anime e due cardinali sostanzialmente di curia che in fondo non avevano da pascere nessuno. No, la differenza è anche, forse soprattutto, fra un cattolico lombardo – molto fervente, lo ammetto – un cardinale ancora molto etrusco e un altro che, pur lombardo, si è alla fine assai romanizzato. La differenza, in una parola sola, è Roma. Qualcuno penserà adesso a Roma pagana e io non dirò che abbia pensato male: anche questa esiste, ha continuato a vivere e continua, neanche troppo sotto. Le caccie di Diana, le nascite e rinascite di Venere, i riposi di Marte, gli amori di Giove sono soggetti e trastulli dell’arte mondiale, ma qui sono di casa. Non è un caso, d’altronde, che i due giganti dell’omonima fontana di Bagnaia si chiamino Tevere e Arno: segnano il territorio, più propriamente segnano questa terra italiana di mezzo, senza la quale l’Italia non avrebbe molto senso.

Un po’ di paganesimo, dunque, in qualche modo eterno: una delle ragioni, forse, della pretesa eternità di Roma. Ma questo non basta a definire il carattere, le peculiarità dei miei conterranei, italiani di mezzo, non basta, nello specifico, a spiegare la straordinaria, epica e idilliaca insieme, distrazione dal cielo dei miei cardinali mecenati e felicemente pellegrini in terra. E forse non si può neanche riuscire ormai, quando è passato tanto, troppo tempo, a spiegare tutto, a cercare ogni singola ragione. Molte di queste, tuttavia, credo abbiano a che fare con la più fondamentale caratteristica che ha distinto questa parte dell’Italia dalle altre: l’unione in un solo sovrano e, sostanzialmente, in una sola struttura di governo, di amministrazione, di classe dirigente, del potere spirituale e del potere temporale, della religione e della politica. Cosa si può trovare di meglio che una teocrazia, in fondo, per spiegare la poca ansia dei mortali di conoscere Dio? Le ville che ci hanno lasciato i cardinali sono impressionanti non solo per magnificenza. Impressionano per quella idea che conservano nonostante i secoli trascorsi, l’idea che veramente doveva scandalizzare il santo vescovo di Milano: l’idea che si potesse anche non morire o che ci si potesse comportare volentieri come se così dovesse essere.

 

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Caprarola è terra e cielo: terra e aria, se volete. Bagnaia – lo dice già il nome – è acqua. Bomarzo è fuoco. Un grande scrittore argentino, Manuel Mujíca Lainez, ha scritto verso la metà del secolo scorso uno straordinario romanzo che porta nel titolo il nome di questo borgo abbarbicato a una collina tufacea, come tutte quelle della Tuscia, non lontana dal Tevere. Il protagonista del romanzo, immaginato come un’autobiografia, è Pier Francesco Orsini, più noto come Vicino Orsini, il duca, appunto, di Bomarzo, passato alla memoria dei posteri per la più curiosa stranezza che si possa incontrare in terra di papi: il Bosco Sacro, più volgarmente detto Parco dei mostri e dal suo creatore chiamato semplicemente “il boschetto”.

Non è una villa, perché il parco non contiene palazzi: di costruzioni si trovano solo il piccolo tempio o cappella dove Vicino volle seppellire la moglie, una Giulia Farnese, omonima della più famosa prozia, e una casa in bilico, deliberatamente costruita storta, per far venire un po’ di capogiro ai visitatori, quasi tutti puntuali ad affacciarsi a una finestra del primo piano. Pare che in origine – e l’origine è anche qui della seconda metà del Cinquecento – il parco fosse collegato con il Palazzo Orsini che è su, in cima al borgo, attraverso un giardino a terrazze digradante dal colle alla sottostante vallata. Oggi restano solo il palazzo, che sembra piuttosto un castello, abbastanza burbero all’esterno, e il bosco, molto più in basso, dove corrono un paio di torrenti: io dico bosco perché, sacro o no, è così che si chiama, ma per la verità non è questa la sua apparenza. Un bosco è dove i fusti degli alberi sono così vicini che i rami degli uni e degli altri s’intrecciano e, quando mettono le foglie, formano un’ombra compatta nel terreno sottostante, così compatta che la interrompono pochissimi raggi di sole e per larghi spazi neanche uno. Nulla del genere accade a Bomarzo.

In passato, sì, dev’essere accaduto. Per anni e anni, per decenni, per secoli, la natura ha ripreso il sopravvento nella valle di Vicino Orsini: l’ha fatto, come fa sempre, approfittando dell’umano abbandono. Non so quando sia successo, quando sia cominciato. Si può supporre dopo la morte del duca, il 28 gennaio del 1585, ma, a pensarci bene, non si può neppure escludere che il declino abbia avuto inizio qualche tempo prima, perché Vicino, passati i sessant’anni – era nato a Roma il 4 luglio del 1523, aveva dunque circa tre anni meno del suo parente acquisito, Alessandro Farnese – talvolta confessava agli amici che il suo gioco di pietra gli era venuto a noia. In ogni modo venne un giorno, una stagione, un tempo in cui si smise di tagliare l’erba, che si lasciò crescere, il vento, gli uccelli, la natura appunto, portarono semi diversi che attecchirono, gli alberi, gli arbusti si moltiplicarono, le canne prosperarono ai margini dei torrenti e infine – fine, si fa per dire: la fine mai – i mostri, le fantasie, le meraviglie generati dalla mente di Vicino Orsini furono coperti, forse perfino nascosti, da un’immensa selva, una macchia: non so dire se fosse allora davvero un bosco.

So che adesso non c’è il bosco. Il luogo, che è proprietà di una famiglia diversa dagli Orsini, è stato sistemato in maniera che oggi è agevolmente e felicemente visitabile. Si paga, com’è logico e giusto, un biglietto d’ingresso, si possono acquistare souvenirs di vario genere – io, un paio di accendini, che però avevano poco gas e non sono durati molto – guide e altre pubblicazioni, anche di pregio, si può prendere un caffè, un gelato o una bibita al bar e si può anche pranzare in un ristorante abbastanza grande da trovarvi travasato a volte il contenuto di diversi pullman. Più in là del ristorante, accanto alla strada che finalmente porta al Bosco Sacro, si vedono anche alcuni giochi per bambini. Sarà contento il duca di questa riuscita? Manuel Mujíca Lainez ha immaginato anche che il protagonista del suo romanzo sia immortale:

 

Quello che sorprese oltre misura il fisico Benedetto e quanti, esperti di tali gravi cose, videro l’oroscopo, fu come ho detto il mistero risultante dalla mancanza di termine della vita – della mia vita -, che si deduceva dalla frustrazione di Venere e di Marte nei riguardi della logica necessità della morte, e conseguentemente la supposta e assurda proiezione della mia esistenza lungo uno spazio senza limiti.

Ho cominciato a leggere il libro con un entusiasmo che forse si può paragonare a quello di uno speleologo che affronti una grotta grande, lunga e sconosciuta. In realtà non so nulla dell’entusiasmo degli speleologi – ne sento a volte parlare da qualche amico, che tuttavia non mi convincerà mai a seguirlo – immagino però che l’entusiasmo, la passione, non siano del tutto privi d’una vena almeno di timore, non tanto la paura di farsi male, quanto la riverenza, il rispetto, un disagio, un senso quasi di profanazione che necessariamente prova l’uomo quando si trova a camminare o andar carponi, scivolare, saltare, arrampicarsi in una parte della natura che direttamente non gli compete. Credo sia un po’ come la paura di volare, che si spiega col fatto che l’uomo non è provvisto di penne ed è mediamente molto più pesante degli uccelli, e che si supera non per altro che per il bisogno di andare lontano e in fretta. Scendere in una grotta è molto meno necessario. Pure, mi sono addentrato nel Bomarzo di Mujíca Lainez come fosse stata una grotta meravigliosa, che prometteva oltretutto una sorta di Divina Commedia rovesciata, dove un morto – perché Pier Francesco Orsini, come ho detto, è ben morto a un certo punto – avrebbe potuto giudicare ogni vivo che lo avesse seguito negli anni e nei secoli appresso. Dopo più di seicento pagine fitte, ma già un po’ prima, ho potuto costatare che il racconto non va al di là dello spazio di una vita, di quella vita. Lo scrittore argentino cambia qua e là le date, inventa qualcosa, ma impernia il suo fluviale, sontuoso, barocco racconto sulle cose che si conoscono della biografia del duca di Bomarzo: le imprese guerresche, le parentele, gli amori, le passioni letteraria e artistica e naturalmente il parco dei mostri. Di incursioni decise nell’immortalità, ora che ho da molto tempo finito la lettura e sono incapace di ritrovare un preciso passo, ricordo vagamente un momento in cui Vicino, o Pier Francesco, quasi si prende gioco dei visitatori delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, che non sanno riconoscere il suo ritratto nel Giovane malato di Lorenzo Lotto. Se è vero, come pare, che Lotto ha dipinto questo quadro nel 1530, è assurdo pensare che Vicino Orsini sia il suo soggetto: all’epoca è un bambino di sette anni. Mujíca Lainez se ne infischia: d’altronde lui fa nascere il suo protagonista il 6 marzo del 1512.

E’ un romanzo bellissimo, come non se ne fanno più in Italia e forse non si sono fatti mai. Il duca che ci fa conoscere è sicuramente più tenebroso, più cattivo, d’una perfidia cosciente e quindi sempre sofferente, è anche probabilmente più grande dell’uomo che fu veramente Vicino Orsini. Se questo fosse il solo merito del libro, mi limiterei a consigliarlo agli amanti di letteratura. Fatto è però che la sua lettura mi è sembrata anche l’unica vera guida possibile al Bosco Sacro di Bomarzo. Ne sono state scritte molte, sono stati pubblicati saggi di storici dell’arte, critici, intellettuali, apparati di documenti. Sono arrivato a leggere un libro di una scrittrice olandese, che ho trovato in un’edizione francese. Il boschetto di Vicino sollecita la curiosità, interpella la mente e l’anima di chi lo percorre. Con la signora olandese non ho capito quasi niente e non credo che fosse solo per la mia frequentazione del francese, che forse è stata più sporadica negli ultimi anni. E’ soprattutto che quello che capivo non mi interessava, come non riescono a interessarmi molto le discussioni su come fosse in origine il percorso del parco, che sicuramente è stato rivoluzionato con l’ultima sistemazione. Non mi appassiono neppure alla ricostruzione dei significati dei singoli mostri e della successione di quei significati. Suppongo, certo, che ci siano arcani da svelare, ma mi pare che l’autentico interesse del Bosco Sacro resti nel suo mistero.

bomarzo 042Che potrà dunque pensare oggi Vicino Orsini, se è immortale, come gli suggerisce il romanziere e come sarebbero tutte le anime cristiane, e non solo quelle? Se c’è vita, dopo, se c’è almeno osservazione, che poi della vita è la parte migliore, che cosa vede? E cosa può pensare, guardando la propria creazione, ciò che ne rimane, ciò che l’è stato aggiunto? Le giostre dei bambini e le scivolarelle non erano previste, per esempio, e neppure il grande parcheggio davanti all’ingresso, tanto meno la biglietteria: ché non entrava nessuno che non fosse ospite del duca, e l’ospite ovviamente non pagava nulla. Sarà divertito o contrariato dall’odierno incerto vagare del suo boschetto fra parco dei mostri e parco delle attrazioni? Bisognerebbe conoscere la differenza visiva fra ciò che è stato da lui concepito, ciò che è venuto dopo per circa tre secoli – l’abbandono – e questo recupero recente che ha riportato tutto alla luce, come avesse voluto svelare oltre ai mostri e alle diverse meraviglie anche il loro mistero. Ancora nel 1950 un breve documentario di Michelangelo Antonioni, accompagnato da uno speaker spiritoso e indisponente, mostrava che buona parte del boschetto era occupato da un campo di granturco. Il ritrovamento, l’idea, il principio del ritrovamento, in quegli anni a metà del secolo, fu come un’eco che cominciò a diffondersi in Europa e nel mondo, dopo che quel genio squinternato di Salvador Dalì andò a riconoscersi nelle fantasie di Vicino e vi si fece fotografare anche. Fu così, fra l’altro, che Manuel Mujíca Lainez ebbe la spinta per lasciare Buenos Aires e attraversare l’oceano. Fior di intellettuali pensarono – con qualche fondamento, bisogna riconoscere – che il surrealismo era stato inventato molto tempo prima di quanto avessero fino allora creduto. Ne nacque, insomma, quasi una moda. Sarà piaciuto questo al duca di Bomarzo?

Perché no? mi dico. Non si mette su una fiera con tutti i baracconi per poi turbarsi al primo sguardo e alla prima esclamazione. Due iscrizioni poste sui piedistalli di altrettante sfingi sono piuttosto chiare nel loro assunto. Questi versi sono tradizionalmente attribuiti allo stesso Vicino Orsini che, come ho accennato, era anche letterato e all’occorrenza poeta. Nulla di necessariamente sconvolgente. La prima dice:

TU CH’ENTRI QUA PON MENTE

PARTE A PARTE

E DIMMI POI SE TANTE

MERAVIGLIE

SIEN FATTE PER INGANNO

O PUR PER ARTE

L’altra:

CHI CON CIGLIA INARCATE

ET LABBRA STRETTE

NON VA PER QUESTO LOCO

MANCO AMMIRA

LE FAMOSE DEL MONDO

MOLI SETTE

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Se la prima fa subito pensare a un gioco intellettuale o intellettualistico, fra inganno e arte, immaginati pressoché sinonimi, la seconda è davvero un cartello all’entrata della fiera, che oltretutto, paragonando le meraviglie del boschetto alle sette meraviglie del mondo antico, certamente promette più di quanto sia capace poi di mantenere. Parliamoci chiaro: non c’è nulla, proprio nulla, fra i mostri di Bomarzo che fermi gli occhi e il cuore per un attimo di contemplazione pura. Due, tre colossi prevalgono sugli altri quanto a presenza estetica: la sirena, eterna e immobile come il suo erotismo, il vecchio dio barbuto accovacciato presso la fonte ora asciutta – che sia Nettuno o Plutone oppure il Tevere, poco importa – e sopra a tutti il drago con la sua bocca spalancata e con quella testa che appare come cesellata, come se si potesse cesellare il peperino.

2011 estate magliano bomarzo 190Il problema è appunto questo: cosa si può fare col peperino? L’altro giorno, con Roberta e Giovanni, siamo andati a Vitorchiano, che è, come si dice, a un tiro di fucile da Bomarzo e gli è anche molto simile quanto a struttura. Stanno entrambi su costoni di tufo che scendono a precipizio nelle vallate circostanti. A Vitorchiano, come a Bomarzo, come praticamente in tutta la Tuscia, il tufo, con la sua variante più forte, più solida, meglio plasmabile, il peperino, è onnipresente. In un vicolo di Vitorchiano ho potuto vedere perfino un citofono fatto in peperino e l’ho fatto notare con gusto a moglie e cugini. E’ fatto in forma di rosa, rosa araldica, come si presenta anche nello stemma degli Orsini. E’ una rosa di quattro petali posti in croce: nel petalo superiore avevano messo il pulsante d’ottone della suoneria, il petalo inferiore aveva un cerchio di piccoli buchi attraverso il quale si poteva parlare con i padroni di casa. Non l’ho materialmente sperimentato, ma sono sicuro che quella rosa di peperino era un citofono. Stavamo lì per una fiera, un mercato stagionale di piante da giardino e d’orto. Qua e là, fra rose, azalee, rosmarini e pimpinelle varie, apparivano manufatti, vasi, sculture di diverse dimensioni, altrettanti usi che si possono fare del peperino. Sull’angolo d’una piazza c’era la bottega autentica, aperta, d’un artigiano che ancora lo lavora. Devo dire artigiano o artista? scultore o scalpellino? E’ poi davvero così importante?

A Vitorchiano, nei diversi punti dove finisce il borgo antico, si trova, debitamente segnalato anche da cartelli, un belvedere. Credo che ci siamo affacciati a tutti o quasi. Corrispondono a piccole terrazze, naturalmente munite di balaustre di ferro, che stanno a strapiombo delle valli, o piuttosto gole, sottostanti. Confesso di aver anche pensato che per chi volesse suicidarsi c’è solo l’imbarazzo della scelta. E’ un bel vedere, certo: era una bella giornata di sole e la luce e l’ombra giocavano col verde intenso della vegetazione fitta. Un bosco, interrotto giù, in fondo alla valle, da una radura. Vi ho visto una croce e mi sono ricordato d’una croce che tanti anni fa avevo visto in un’altra gola, praticamente uguale a quella, sotto Castel Sant’Elia. Ho pensato che nel resto del mondo le croci si mettono di solito in cima alle colline o alle montagne: qui nella Tuscia si piantano a fondovalle, come ci fosse una qualche naturale inclinazione a ricercare verso il basso, verso la terra e il suo centro, quanto ci sia di sacro nella vita degli uomini.

Guardando giù, dalle terrazze di Vitorchiano, si vede anche che la distesa verde delle valli, o gole – il nome giusto sarebbe forse forre – è variata non solo dai giochi della luce o dai miraggi delle radure in basso, è bensì interrotta anche, e spesso e per tratti larghi, da macigni grigi o bruni che a volte appaiono quasi adagiati sui declivi e altre volte, al contrario, si presentano schierati in alto, compatti: sporgendosi appena un po’ dal parapetto, a destra o a sinistra, ci si accorge che quelle masse di peperino ancora fanno da piedistallo a molte case del borgo. E’ un panorama di storia naturale, vulcanica. Non so quante migliaia di anni fa il grande cratere abbia schizzato attorno questi massi. Ci sono modi diversi di raccontare la stessa storia. A Caprarola, nella sala d’Ercole, Federico Zuccari racconta che il dio fece scaturire dalla terra l’acqua che formò il lago di Vico, nel quale appunto lo vediamo ancora nuotare. I panorami di Vitorchiano raccontano come la terra si sia formata e continui tuttora a formarsi, modificarsi, come il sopra e il sotto, il fuori e il dentro, siano della stessa materia e natura.

Vicino Orsini, quando si affacciava dalle terrazze del suo castello di Bomarzo, vedeva, come ho detto, un panorama molto simile a quello che circonda Vitorchiano: non esattamente lo stesso, perché la vallata dove sono poi nati i mostri è più larga e assolata delle forre di Vitorchiano. Vedeva in ogni modo una distesa verde, una qualche radura prossima ai torrenti, e qua e là i massi gettati dal cratere uno o due giorni prima che Ercole con la sua clava ne facesse scaturire l’acqua. Fu da questa visione che Vicino ebbe l’idea. Manuel Mujíca Lainez fa dire al suo protagonista:

Quello che invano mi aveva assediato, sforzandosi di farsi comprendere da me, penetrava in me facilmente, nella trasparenza del tramonto. Mi alzai in piedi, come se l’improvvisa luce mi accecasse, e mi appoggiai contro un tronco. Vedevo finalmente quello che dovevo fare. Il mio tema ed io c’eravamo incontrati, formando da quell’istante un’indistruttibile unità. La mia vita… la mia vita trasfigurata in simboli… salvata per i secoli… eterna… imperitura… Ecco quello che dovevo raccontare a Bomarzo, ma non già attraverso gli effimeri affreschi di Jacopo del Duca, la cui possibilità sarebbe rimasta abbandonata per sempre entro la gabbia delle impalcature, in una galleria deserta del castello, bensì utilizzando le rocce perenni del bosco. Il bosco sarebbe diventato il Sacro Bosco di Bomarzo, il bosco delle allegorie, dei mostri. Ogni rupe avrebbe racchiuso un simbolo, e nell’insieme, distribuite alle diverse altezze dove millenari cataclismi le avevano scagliate e fissate, avrebbero rappresentato l’immenso monumento arcano di Pier Francesco Orsini.

Ecco il segreto di Manuel Mujíca Lainez: lo scrittore argentino reinventa una vita per spiegare il parco dei mostri. Che il suo procedimento romanzesco sia meno corretto delle interpretazioni degli studiosi è tutto da dimostrare, che sia meno utile a chi si addentra nel boschetto, questo, mi pare proprio da escludere. Qualche pagina più in là il duca romanzato ci dice anche la sua verità sugli autori delle opere:

Poiché io volevo creare un’opera singolare, singolari ne dovevano essere gli esecutori; non artisti famosi ed esperti, quindi, né tecnici consumati, ma solo uomini qualsiasi, cresciuti fra quelle rocce vulcaniche e profondamente radicati in quella terra ribelle: di quelli che quando io passavo a cavallo per le viuzze del villaggio, nelle sere d’estate, stavano sugli usci delle loro casupole a chiacchierare, e per distrarsi, per occupare in qualche modo le abili mani, intagliavano frammenti di duttile pietra. Non potendo Michelangiolo Buonarroti scolpire le rocce di Bomarzo, nessun altro maestro le avrebbe scolpite; se ne sarebbero assunti la responsabilità i figli stessi di Bomarzo, coloro che, come me, abitavano in quella regione fin dall’alba dei tempi, e la comprendevano come nessun artista fatto venire di fuori a caro prezzo sarebbe stato capace di sentirla.

Ammetto che al compassato e a volte un po’ spento occhio europeo possano apparire bomarzo 027ingenuità americane l’evocazione ripetuta del Michelangelo liberatore di statue dal marmo – non risulta, credo, che abbia mai pensato di farlo con il peperino – o l’esaltazione di questi buoni scalpellini di Bomarzo, abitanti “in quella regione fin dall’alba dei secoli”. Sta di fatto che il lavoro da fare era nel peperino, che a farlo probabilmente sono stati scalpellini locali, in alcuni casi tanto abili da potersi chiamare scultori, e sta di fatto, soprattutto, che il legame più certo, il meno misterioso, che necessariamente si scopre a Bomarzo è quello fra l’invenzione umana e l’invenzione della natura.

2011 estate magliano bomarzo 192L’idea, balzana, se si vuole, certamente non comune, di scolpire macigni di peperino per ricavarne allegorie, mostri, creature mitiche o fiabesche, per raccontare una storia, o diverse storie, una vita, magari, come dice e come fa Mujíca Lainez, oppure semplicemente per giocare, per meravigliare, stupire, stordire, impaurire anche, forse, l’ospite o il visitatore, questa idea può venire in testa solo a chi abbia sotto gli occhi un luogo dove la natura ha già giocato molto e per un po’ ha sparso in cielo giganti come fossero stati sassolini.

Se Caprarola dunque è aria e terra, se Bagnaia è acqua, io dico che Bomarzo è fuoco, perché è il fuoco che determina e alimenta tutto il resto, è il fuoco che rappresenta la vita e la crea ed è il fuoco che più d’ogni altra cosa affascina e spaventa tutti noi mortali. Più o meno allo stesso modo ci affascina e spaventa il sogno o l’allucinazione di Vicino Orsini. Una volta, non molto tempo fa, ho proposto a una cara amica una passeggiata a Bomarzo: da Magliano ci si arriva in poco più di mezz’ora. Mi ha risposto che dappertutto sarebbe volentieri venuta con noi meno che a Bomarzo. Mi ha anche spiegato che l’ultima volta che c’era andata era stato per una di quelle tristi scampagnate che usano fare i coniugi in crisi a un certo punto della crisi. Erano andati in tre, lei, il marito e il figlio, piccolo, ma già in età di saper correre e in qualche modo apprezzare il luogo, i mostri e tutto il resto. Ricordava quella giornata come un incubo. Ho detto alla mia amica che la capivo e mi sono astenuto da qualsiasi accanimento. Intanto però pensavo che bisogna esser matti, proprio matti, a scegliere il boschetto di Bomarzo come campo d’una partita del genere, e se uno dei due, oppure tutti e due, c’erano già stati, e già per esempio erano entrati, una o diverse volte, nella casa sbilenca, la pazzia era colpevole, oltre che temeraria. Nessuno può illudersi di trovare un solo attimo di quiete, di riflessione, di pacatezza nel parco dei mostri, tanto meno chi sia impegnato a specchiarsi nei propri sentimenti e a tentare di gestire angosce ben più attuali delle fantasie d’un principe del Cinquecento.

bomarzo 106Quelle fantasie in ogni modo non aiutano. Non sono state pensate per questo. Il Sacro bosco è affascinante, certo, ma resta fondamentalmente un orrido, in qualche modo, in molti modi – Cerbero, la caverna dell’orco – una discesa agli inferi. Per questo soprattutto è molto diverso dal Palazzo Farnese di Caprarola e dalla villa di Bagnaia: forse è addirittura l’opposto. Come quelli non guardano il cielo, questo non guarda ad altro che al mistero che è sotto terra. Pare che il duca di Bomarzo non fosse meno dedito ai piaceri terreni di quanto lo fossero i cardinali Farnese e Gambara. Trovo tuttavia singolare che, mentre i due ecclesiastici non hanno lasciato traccia notevole nelle loro dimore d’un qualche vero interesse a un destino ultraterreno, il terzo, il duca, il laico abbia speso tanta energia a inseguire visioni che, pur essendo di questo mondo, non è esattamente di questo che parlano.